“Scellerate velleità classificatorie” - Università

Nel mio primo post ho parlato di scellerate velleità classificatorie riferendomi all’inutile sforzo di raggiungere una definizione soddisfacente di comunicazione da parte di alcuni studiosi.

Gli aspetti che caratterizzano questa tendenza sono riconducibili alla volontà da parte delle scienze della comunicazione di delimitare un ambito proprio di studio e dotare quindi la disciplina di una certa autorevolezza scientifica. La questione potrebbe apparire tutt’altro che banale e la mia forse eccessiva polemica nei confronti di questo sforzo fuori luogo, ma se si pensa agli effetti che questa ha generato si comprenderebbe il mio punto di vista sostanzialmente critico.
Per ricondurre a una dimensione meno metafisica la questione vi faccio un esempio: durante il corso di fondamenti della comunicazione (tra l’altro ora non si fa più), si presentavano una serie infinita di possibili definizioni di comunicazione mutuate dalle discipline più disparate (cibernetica, psicologia, sociologia, linguistica, semiotica ecc…) concludendo la rassegna con la banale conclusione che in realtà ognuna di esse analizzasse la questione da diversi punti di vista e che risultasse alquanto difficile sintetizzarne in un’unica formula gli aspetti salienti. Questo tipo di pratica è decisamente tipica dei corsi universitari che ci ritroviamo ad affrontare a seguito di una riforma dell’ordinamento didattico che oltre a sostenere una quantificazione altamente opinabile (per le modalità con cui si è realizzata) del carico di lavoro che si affronta sostenendo i diversi esami (o altre attività didattiche) ha generato una straordinaria frammentazione delle materie di studio. Succede così che in un esame da 4 crediti si debba affrontare tutta la psicologia cognitiva o addirittura una rassegna di 5 o 6 discipline di cui non si sa praticamente nulla (fondamenti della comunicazione era un esame del primo anno…) alla ricerca di un minimo denominatore comune per definire la comunicazione -_-’.
Il prof. E. Pozzi nel corso di psicologia di quest’anno dev’essersi accorto che qualcosa non andava (già lo aveva intuito qualche anno fa) e ha deciso di eliminare i manuali (massima espressione del titolo di questo post) dal programma di studio in modo da evitare il rischio di “banalizzare tematiche che meriterebbero una trattazione ben più adeguata” anche correndo il rischio di non dare panoramiche a 360° (da capogiro insomma) generando bignamini di dubbio gusto e valenza euristica.
Soluzione “estrema” ma decisamente valida agli occhi di chi si è sorbito la pesantezza del bignamino che ti costringe a studiare a memoria un insieme di nozioni slegate tra loro fallendo miseramente negli obiettivi per cui è stato scritto, ossia nell’esaustività e nella (necessaria) sintesi della materia di studio.
In molti casi queste due esigenze sono praticamente inconciliabili.

Ho voluto precisare e approfondire questa tematica perchè ho notato che la questione è all’ordine del giorno in altri due ambiti che mi interessano in modo particolare: la critica videoludica e la blogosfera. Inizialmente ho pensato di fare un post unico per trattarla in questi 3 ambiti ma avendo la sensazione di scrivere un trattato incomprensibile (e inadeguato) ho deciso di graziarvi/mi organizzando il discorso in 3 post distinti.

Le trilogie vanno di moda d’altronde no?
Ah, ovviamente non vi faccio aspettare 2 anni per i prossimi episodi : P
Stay tuned

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